martedì, settembre 16, 2008

Pirati e bambini

La storia di oggi parla di una mamma con un bambino handicappato (autistico) che decide di portare quest'ultimo in un luogo dove esiste una sola realtà, il massimo profitto, che piega tutti gli avvenimenti esistenti nel raggio di diversi chilometri.
Tale luogo non può che essere una catena di montaggio senza cuore e spietata come un sicario da film americano.
Durante la visita il bambino ha il grossissimo difetto di necessitare di attenzione, intralciando una sinergia fra società per azioni da ottenersi a basso costo: il bambino ha bisogno di più di 15 secondi per poter essere fotografato, ovviamente a pagamento, sul territorio di una società con il brand di un' altra alle spalle. Questa premessa ovviamente genera una situazione come la sabbia negli ingranaggi: il supermercato e' una macchina che distribuisce prodotti, ogni relazione umana o necessità dei clienti viene vista come costo: molto più semplice abolire entrambi per servire solo i consumatori.
La stessa pressione viene fatta verso i fornitori che così devono necessariamente profilare i loro prodotti per l'esigenza non del cliente finale ma della gestione corretta del flusso merci all'interno del punto vendita della distribuzione organizzata.


Dopo aver letto il post drammatico, indicato dal solito Andrea Beggi, mi vengono naturali dei pensieri (farneticazioni?) sparsi... Le idee che seguono non scaturiscono direttamente dalla disavventura accaduta ma principalmente dai commenti che inneggiano ad una fantomatica giustizia necessaria.

Ci sono delle situazioni che sono molto difficili di base.
Ci sono delle persone maleducate e arroganti.
Ci sono luoghi dove la persona non conta.
La sommatoria e' esplosiva.

Questa è una doverosa premessa non per giustificare qualcosa, ma per sottolineare che l'umanità non ha posto in determinati luoghi.
Ci sono volontà collettive per essere presi a pesci in faccia.

Sono praticamente vent'anni che faccio notare, spesso anche lo scrivo, che in Italia vi sono luoghi dove la persona perde ogni dignità e viene presa per un bipede idiota da calpestare.
Ovviamente i più deboli vengono calpestati meglio.

Una di queste realtà è il centro commerciale ove persone di qualsiasi caratteristica vengono spogliate di dignità e trattate come emeriti idioti. Questo avviene quotidianamente attraverso prodotti civetta, gestione allegra della salute, interpretazione della legislazione quantomeno bizzarra, lavoratori zombificati, vendita di apparecchi taroccati, vendita di prodotti rigenerati come fossero nuovi.

Tutte queste cose, ovviamente non riferite ad un singolo specifico marchio o catena, raccontano che in tali luoghi non esiste il cliente ma esiste una nuova figura: il consumatore. Quest'ultimo è un oggetto da spremere come un limone avendo come obiettivo il massimo profitto col minimo costo, ed in tale ottica tutti i servizi risulteranno scadenti qualitativamente parlando. Per il consumato, il limone assai schiacciato, non esiste neppure la giustificazione del prezzo per essere trattati in tal modo, come dicono alcune ricerche non "sovvenzionate" in cui si evidenzia nel luoghi in cui il commercio è gestito principalmente da tali entità il costo non è conveniente tout court.



E' MOLTO facile prendersela con carrefur: ha un nome un indirizzo ed e' capitato un caso specifico e puntato su di un bambino.

il problema e' un'altro: La gente, PRETENDE di essere trattata male scegliendo di sovvenzionare con questi acquisti codeste metodologie della GDO. Il risultato e' un continuo essere trattati malamente fino ai limiti del tragico. Ho visto persino esasperare i clienti fino a ingenerare una RISSA di consumatori adulti... (gigante) ed altre cose ben taciute dai media per favorire la GDO, big spender...

chi afferma: "Sono una vostra cliente, ma mi sa che inizierò a frequentare altri centri di grande distribuzione.." non ha capito la genesi del problema. Forse è istupidita dal marketing.

Se lanciandomi dal balcone mi faccio male non e' che se cambio balcone la situazione cambia: forse e' meglio usare le scale.

la frase giusta sarebbe stata:"Sono una vostra cliente, ma inizierò a frequentare la distribuzione fatta da esseri umani dove esiste ancora la parola cliente e il profitto non e' l'unico valore, pur rimanendo importante per un'azienda commerciale."


Tutti vorrebbero una qualche giustizia, ma quale giustizia può esserci in un caso come questo?

non un semplice risarcimento economico: una bambolina o una macchinina come quella del brand non è certo un umanamente accettabile.
Neppure può esser accettabile un grosso risarcimento economico: dopotutto il dolo non è tale da essere paragonato ad un braccio amputato.

L'unico risarcimento possibile sarebbe quello dell'introdurre il fattore umanità in un'azienda del genere. Ciò ovviamente non può accadere in quanto diminuirebbe in maniera sensibile i guadagni e quindi l'appeal da parte degli azionisti. Ricordiamoci che l' umanità ha un costo che perfettamente quantificabili nel tempo del commesso moltiplicato per la sua competenza. E per questo che in questi luoghi non esisterà mai commesso esperto che possa perdere più di pochi secondi per acquisto, in genere lasciano in piedi uno sfigato sotto pagato ogni 4 km di scaffale anche nei reparti ad alta tecnologia. Cosa possa fare o dire un personaggio mobbizzato, reso ignorante, con problemi economici, con l'alito del licenziamento sul collo in una situazione atipica è oggettivamente un punto di domanda.



Per condensare il mio farneticare potrei riassumere in codesta maniera:
è maledettamente vergognoso ciò che è capitato come sono gravi altre violenze che accadono in quel tipo di luogo. Trovo quindi molto brutto ciò che è capitato ma non mi meraviglia. Anzi.
Così come non mi meraviglierebbe se una situazione analoga capitasse in una bettola portuale ricolma di ubriaconi.
In tali luoghi e' poco furbo portare qualsiasi bambino.

Forse sarebbe il caso di darsi una svegliata per scoprire che il veleno in vendita (ad altezza bimbo) a 10cm da detersivo e biscotti, a 10metri da biciclette appoggiate sopra salumi.... non è il massimo se chi le propone non ha neppure una faccia da difendere....


no?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Nel 1936 Charlie Chaplin aveva finito Tempi moderni, nel quale denunciava la disumanizzzione della catena di montaggio per la ricerca della massima efficienza di produzione: sono gli ipermercati le catene di montaggio odierne?

elf

blu-flame ha detto...

-sono gli ipermercati le catene di montaggio odierne?

Bel punto di vista: Charlie Chaplin avrebbe oggi immortalato una GDO!